Terra esangue | Pasquale Zarra | Imperatrice Bruno | Alessandro Anil

1 Maggio 2024 - 11 minutes read

Il progetto è vincitore dell’avviso pubblico “Primavera della lettura” promosso dal Municipio Roma III Montesacro.

Inaugurazione della mostra “Terra esangue” di Pasquale Zarra (dal 4 maggio al primo giugno);
presentazione del libro “Materia verticale” di Imperatrice Bruno per Nulla die;
interviene Alessandro Anil, poeta e regista, insieme agli autori.

La terra esangue è l’Irpinia, una terra che ha sofferto molto ma il cui sangue non viene disperso. Piuttosto viene trattenuto dai suoi figli che vi trovano una fonte di vita e soprattutto di arte.

TERRA ESANGUE

“Le scosse non hanno ucciso gli Squacqualacchiun.”
Nel 1980 un devastante terremoto ha distrutto gran parte dell’Irpinia (che per chi non lo sapesse, è l’area geografica che corrisponde in grosso modo alla provincia di Avellino), e tra i paesi che hanno subito i danni maggiori c’è Teora, luogo d’origine dei miei nonni paterni.
Le scosse hanno reso Teora quasi irriconoscibile, la bellissima chiesa madre è ormai un insieme di ruderi, si potrebbe dire che il centro storico sia inesistente, e l’architettura dei nuovi palazzi è a dir poco deprimente. È difficile non ricordarsi che qui il 23 novembre 1980 sono morte ben 137 persone ogni volta che si cammina per le strade del quasi perennemente desolato borgo, tant’è che lo scorso ottobre non c’è neanche stata la processione in onore di San Rocco, evento tanto atteso da mia nonna e che ha caratterizzato le prime domeniche del mese della mia infanzia.
Il terremoto ha tolto tanto a Teora, eppure non è riuscito ad annientare gli Squacqualacchiun, maschera tradizionale teorese che trova le sue origini nel mondo contadino, quando gli uomini si travestivano indossando delle calzamaglie a mo’ di maschera per non essere riconosciuti e si dirigevano dai latifondisti esigendo che quest’ultimi gli dessero ciò che gli spettava, spesso prendendo a calci le porte dei ricchi signori per entrare.
Oggigiorno gli Squacqualacchiun (che significa “sfruttato”, “maltrattato”) girano per le vie del paese facendo rumore con dei campanacci, cantando e facendo sosta in ogni bar per bere dell’alcol (in passato era molto comune che gli uomini che decidevano di travestirsi si ubriacassero mettendo sottosopra Teora), e l’evento raggiunge il culmine quando viene dato fuoco ad un fantoccio che viene poi ripetutamente percosso dagli Squacqualacchiun, prima di iniziare una caotica danza pagana attorno al fuoco.
Lo squacqualacchion è simbolo della resilienza di un paese che come tanti altri sta subendo il fenomeno dello spopolamento, non posso garantire alla mia terra che un giorno tornerò, ma posso assicurarle che la racconterò ovunque sarà possibile usare la mia voce, che altro non è che l’eco di un popolo la cui storia è tuttora sconosciuta a molti.

Le tradizioni riescono ad unire nuove e vecchie generazioni, rappresentano uno dei pochi momenti in cui una comunità diventa davvero degna di essere chiamata tale, in quei giorni di festa il tempo sembra fermarsi e ci ritroviamo a praticare gli stessi rituali istituiti decenni fa dalle persone che ci hanno preceduto.
In queste settimane ho deciso di documentare la festa del mio paese, Fontanarosa (AV), e ho usato un rullino in bianco e nero per la prima volta, sia perché quest’ultimo dà l’illusione di trovarsi dinanzi ad una foto senza tempo, rendendola persino ambigua, ma soprattutto perché mi sembrava l’occasione perfetta visto che negli ultimi anni ho cercato di scappare dalla mia terra quanto più potessi, ma in questi mesi, grazie alla fotografia (che, come dico sempre, mi ha aiutato a sensibilizzare il mio occhio e il modo in cui osservo tutto ciò che mi circonda, anche i luoghi, le ricorrenze e le persone che fino a pochi mesi fa avrei dato per scontato), e sicuramente anche grazie alla distanza, ho cominciato ad apprezzare il mio paese e la sua storia; è stato un processo lento che ha richiesto anche un certo livello di distacco da eventi passati che mi hanno allontanato dal luogo in cui sono cresciuto (in più la realtà di paese mi è sempre stata stretta), e utilizzare il bianco e nero rappresenta perfettamente questo processo e il mio sforzo di vedere Fontanarosa sotto nuovi punti di vista, che però non sono ancora del tutto a colori. Non spiegherò il significato di queste tradizioni, per quello basta una breve ricerca, mi soffermerò solo brevemente sull’anziana signora che vedete nella prima e nella terza fotografia, vederla tra la folla mentre tutti suonavano, cantavano e ballavano mi ha commosso, nei suoi occhi c’era tanta malinconia ma anche tanto conforto nel sapere che le tradizioni con cui è cresciuta tornano lì a casa sua mentre gli anni passano e lei osserva le nuove generazioni crescere, cambiare, e probabilmente non si sente più al passo coi tempi da anni, ma quel giorno era parte di qualcosa, e io il 6 agosto l’ho fotografata con le lacrime agli occhi capendo finalmente il senso di questa festa che ho ingenuamente ignorato per anni.

È solo da un paio d’anni che ho imparato ad apprezzare l’autunno, prima lo vivevo aspettando che arrivassero le altre stagioni, non con impazienza, ma con rassegnazione. La fotografia mi ha aiutato a vedere tutto ciò che mi circonda sotto nuovi punti di vista, attraverso essa la realtà si scompone e ricompone, e questa volta volevo immortalare ciò che associo all’autunno; la prima cosa che mi è venuta in mente è l’odore di campi bruciati, sono cresciuto in una zona in cui la civiltà contadina è ancora parte integrante dell’identità territoriale, e nonostante io abbia sempre guardato quel mondo con un certo distacco (forse lo ritenevo destinato a finire, e quella che prima era una semplice supposizione è ora diventata una paura), ne sono sempre stato attratto. La mia curiosità è stata ulteriormente alimentata da una conversazione che ho avuto a luglio con una ragazza che avevo appena conosciuto, e mentre parlavamo di comunismo e soprattutto dei giovani della nostra generazione che si associano all’ideologia, lei mi fece notare che oggigiorno quasi nessun giovane comunista saprebbe interagire con un contadino, che prima era al centro della lotta di classe, e questa cosa mi ha fatto riflettere tantissimo.
A metà ottobre ho dunque chiesto a mio padre di portarmi nelle campagne dell’Irpinia perché volevo avvicinarmi a quel mondo, guardarlo da vicino per la prima volta, e come anticipato volevo documentare l’autunno. Mi sono quindi imbattuto in diversi contadini, entrando a contatto con la loro gentilezza, la loro dolce ingenuità e anche con le difficoltà che affrontano ogni giorno, l’unico campo bruciato di quel giorno era in realtà un incendio non voluto che ha messo a rischio due fratelli che ho dovuto rassicurare tra le urla e le bestemmie di uno e la mortificazione dell’altro (che aveva involontariamente causato l’incendio) siccome avevano entrambi paura fossi lì per multarli. Ho poi parlato con questo pastore zoppo che rincorreva i suoi agnellini mentre cercavano di scappare, e nonostante ciò ha ritagliato parte del suo tempo per parlarmi e consentirmi di scattare delle foto; foto attraverso le quali ho cercato di miticizzare questo mondo i cui uomini hanno così poche parole per comunicare così tanto, la loro esistenza è cristallizzata in una realtà che andrebbe protetta, ma temo che il nostro aiuto non farebbe altro che profanarla, qui anche la blasfemia è sacra.

Pasquale Zarra è nato a Benevento il 21 giugno 2001, cresce a Fontanarosa (AV) e nel 2023 si trasferisce a Roma proseguendo gli studi al DAMS dell’Università degli Studi Roma Tre.
Si appassiona alla fotografia amatoriale sin dall’infanzia, ma è solo nel 2022 che comincia a prendere sul serio il mezzo fotografico raccontando la sua terra (l’Irpinia) e altre realtà limitrofe attraverso scatti ritraenti feste popolari, folklore e luoghi nascosti che rischiano di essere dimenticati.

MATERIA VERTICALE

«C’è un daimon, all’origine del nuovo libro di Imperatrice Bruno: una voce che detta, assegnando un destino, liberando forze che giungono da un tempo lungo. E che si muovono tra opposte tensioni, congiungendo ciò che è separato e discorde. Già nel titolo si impone l’idea della verticalità: Eraclito direbbe che la via che conduce in alto è quella che conduce in basso, ed è unica, la stessa. Una scala lungo la quale si urtano vivi e morti, svegli e dormienti, e lungo la quale le parole si scontrano, si elevano e precipitano con la stessa densità.» (dalla prefazione di Giancarlo Pontiggia).

Imperatrice Bruno è nata ad Ariano Irpino nel 2001, vive a Milano dove frequenta l’Università Bocconi in Economia aziendale.
Ha pubblicato con la Nulla Die Caratteri Interi (2021) e Volontà nobili (2022) candidato alla prima edizione del Premio Strega Poesia e vincitore del Premio San Vito al Tagliamento Giovani Poeti 2023. I suoi testi sono stati tradotti in diverse lingue e presentati su riviste, blog e programmi televisivi nazionali e internazionali.